Una nuova intervista ….

ma questa volta le domande sono state poste dai cresimandi di prima media. Riporto, ovviamente, solo una parte, ma comunque rende bene l’idea…

L’intervistata è una ragazza che, dopo la laurea come tecnico di radiologia, ha deciso di dedicare due anni della propria vita, ad un progetto missionario in Bolivia. “Progetto in salute”, ossia affiancare un medico, italiano, negli interventi presso le comunità che gravitano attorno a La Paz (anche 6/7 ore di auto da La Paz!!!)

  • Quali erano le tue paure?
  • Il fatto di non conoscere nessuno e neppure la lingua spagnola, però la calorosa accoglienza, mi ha fatto abituare abbastanza in fretta, alla nuova realtà. Inoltre sapevo di poter contare sulla vicinanza, data dalle preghiere, della nostra Comunità!!!
  • Cosa vuol dire  essere missionario?
  • Vuol dire, per me, aiutare queste popolazione a stare bene, vivere con e come loro.
  • Cosa hai imparato da una realtà così diversa dalla nostra?
  • Prima di tutto ci tengo a precisare che ho ricevuto più di quanto ho dato. Ho imparato ad affrontare la vita con il sorriso, a condividere, a non pensare di essere “arrivata”, a essere umile. E cosa più importante, a mettere umanità nel proprio lavoro.
  • I tuoi genitori come l’hanno presa?
  • Mio padre mi ha sempre appoggiato e, quasi invidiato, mia madre ne ha sofferto un po’ di più, però devo dire che, all’interno della mia famiglia, si respirava già un’aria di “condivisione”.
  • Avevi già fatto alcune esperienze “preparatorie”?
  • In effetti avevo partecipato ad un CRE per i ragazzi di strada di Tirana, in Albania, l’anno precedente.
  • Come vivono la religione?
  • In modo molto diverso da noi!!! Accomunano vecchie tradizioni, superstizioni, alla religione cattolica e tutto in modo molto festoso. Inoltre i numeri sono molto alti, pensate che nella mia parrocchia, a La Paz, c’erano 260 bambini che facevano il cammino per la Prima Comunione e 300, per la Cresima!!! Io facevo la catechista per la Prima Comunione, perché essere missionario non è solo aiutare, ma anche trasmettere il messaggio di Cristo.
  • Avevi l’Wi Fi?
  • Fortunatamente in quella parrocchia c’era, così potevo comunicare agevolmente con mia madre, comunque i miei genitori non hanno resistito e sono venuti, una volta, a trovarmi!!!
  • Quante volte sei tornata in due anni?
  • Una.
  • E adesso?
  • Adesso torno per due mesi in Bolivia e, poi, ho deciso, con mille dubbi, di intraprendere, qui in Italia, la mia professione, però non sono ancora così certa di riuscire a fare a meno di quella vita… L’Ufficio Missionario, mi ha comunque lasciato la porta aperta.

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Questi sono: lo zaino che la nostra comunità le ha regalato, quando è partita; e un paio di “sandali abarcas”, fabbricati riciclando gli pneumatici delle auto. Calzature indossate, nella quotidianità, dai contadini. La nostra ragazza, da buon italiana, li ha ornati con nastri gialli, perché li ha utilizzati per le danze in onore del Patrono. Quante “fiacche” il giorno dopo!!!! Infatti si chiede come facciano i contadini ad indossarli per 12 ore al giorno, a lavorare nei campi!!!

Buon viaggio e a presto!!!

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